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Cloud sì o cloud no: quando conviene davvero a una PMI

Immagine del redattore: 4ZEIT
4ZEIT
31 ago
Tempo di lettura: 3 min

Da qualche anno la domanda arriva sempre nella stessa forma: «dovremmo andare in cloud?». E arriva quasi sempre dopo che qualcuno l'ha suggerito — un fornitore, un consulente, un articolo letto in aereo. Raramente arriva da un problema.

La risposta onesta è che il cloud non è né buono né cattivo: è una scelta di modello economico e operativo, e come tutte le scelte ha casi in cui conviene e casi in cui no. Il guaio è che quasi nessuno ve li racconta entrambi, perché quasi tutti quelli che ve ne parlano vendono cloud.

I tre casi in cui conviene davvero

Quando il server è a fine vita. Il momento in cui l'hardware va sostituito è l'unico in cui il confronto è pulito: da una parte una spesa in conto capitale da ammortizzare, dall'altra un canone. Se il server ha ancora tre anni davanti, migrare significa buttare via valore residuo.

Quando le persone lavorano fuori. Se metà dell'azienda è in trasferta, a casa o su più sedi, tenere i dati dentro un armadio in ufficio significa costruire VPN, aprire porte, gestire lentezze. Qui il cloud non è un risparmio: è una soluzione a un problema reale.

Quando il carico è irregolare. Se avete picchi stagionali — un gestionale che a fine anno lavora il triplo — pagare tutto l'anno per la potenza che serve un mese è uno spreco. Il cloud si dimensiona, il ferro no.

I due casi in cui non conviene

Quando il carico è costante e prevedibile. Se il vostro sistema fa la stessa cosa dodici mesi l'anno, il canone cloud diventa un affitto perpetuo su qualcosa che avreste potuto possedere. Su cinque anni, spesso, il conto è a favore del server.

Quando la connessione non regge. Il cloud sposta la dipendenza dall'hardware alla linea. Se la vostra sede ha una connettività fragile o senza ridondanza, state spostando il punto di rottura, non eliminandolo — e in una zona industriale non è un'ipotesi teorica.

I costi che non finiscono nel preventivo

Qui sta la parte che fa la differenza tra un progetto riuscito e una sorpresa. Nei confronti che vediamo, il canone cloud viene messo accanto al costo del server e finisce lì. Ma mancano quasi sempre: il traffico in uscita dai grandi provider, che si paga a consumo e nei backup pesa; la migrazione, che sono giornate di lavoro, non un clic; le licenze, che in cloud spesso hanno un modello diverso e talvolta più caro; il backup del cloud, perché il fatto che i dati siano dal provider non significa che siano salvati — quella è responsabilità vostra; e la connettività che va potenziata per reggere il nuovo modo di lavorare.

Messe insieme, queste voci spostano il confronto in modo sostanziale. A volte confermano la scelta, a volte la ribaltano. Ma un confronto che non le contiene non è un confronto: è una brochure.

Come si decide, in pratica

Si mettono su un foglio due colonne, orizzonte cinque anni, e si contano tutte le voci di entrambe le strade — comprese quelle sopra. Poi si guarda una cosa che il foglio non dice: quanto vale, per voi, non doversi più occupare di un armadio che fa rumore in fondo al corridoio.

Il risultato più frequente, nella nostra esperienza, non è né «tutto cloud» né «tutto in casa»: è un modello misto, dove va in cloud ciò che beneficia della mobilità e resta in sede ciò che è pesante, prevedibile e non ha bisogno di viaggiare.

Questo blog è curato da 4ZEIT, consulenza informatica indipendente per le PMI. Maggiori informazioni su www.4zeit.it

 
 
 

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